Il termine “stress” deriva dal latino “strictus” che significa ”stretto”, ed è usato nei laboratori di meccanica per definire le prove a cui vengono sottoposti i metalli per determinarne il carico  di  rottura (sono infatti chiamate prove di stress le prove di trazione, di   flessione e di torsione dei metalli).

In medicina lo studio dello stress è volto a indagare sulle cause di uno stato di stress, che viene inteso come l' insieme delle reazioni che si instaurano nell'organismo quando esso è sottoposto a stimoli fisici o psichici abnormi.

Hans Selye per primo nel 1975 fornì all’Organizzazione Mondiale della Sanità la definizione di "Stress o sindro- me generale di adattamento”; essa recitava: "Lo stress è la risposta aspecifica dell’ organismo a qualsiasi richiesta che proviene dall’ambiente esterno”. Nella definizione viene rimarcata la risposta adattativa, utile a tutti gli esseri viventi per la loro sopravvivenza, senza allusione a nessuna presunzione di dannosità dello stress.

Hans Selye è stato un medico austriaco. Viene ricordato per le ricerche effettuate sullo stress e per la Sindrome Generale di Adattamento da lui identificata e descritta. Nato nel 1907, è deceduto nel 1982.
Hans Selye è stato un medico austriaco. Viene ricordato per le ricerche effettuate sullo stress e per la Sindrome Generale di Adattamento da lui identificata e descritta. Nato nel 1907, è deceduto nel 1982.

Hans Selye nel suo volume "STRESS" di 1447 pagine, edizioni Scientifiche Enaudi, Torino del 1957, sosteneva che "lo stress è vita e ci si può liberare da esso soltanto con la morte"

Copia   personale  del  volume   "STRESS"   del dottor Hans  Selye.
Copia personale del volume "STRESS" del dottor Hans Selye.

Agli stressors l’organismo deve far fronte obbligatoria-mente, in quanto lo scopo è quello di mantenere inal-terato un certo equilibrio, secondo un tipico meccanismo omeostatico. In altri termini lo stress non è necessaria-mente nocivo e negativo,anzi,in condizioni normali,è fun-zionale alla sopravvivenza di tutte le specie animali, per cui l’assenza dei meccanismi di stress (e quindi di adat-tamento) è incompatibile con la vita. Oggi si tende a cor-relare alcune alterazioni fisiologiche con le caratteristiche dello stimolo stressante e con le caratteristiche spe-cifiche individuali del soggetto sottoposto allo stress. La reazione di stress, indotta da un determinato stimolo, in un determinato individuo, può configurarsi come EU-STRESS in determinati casi e DISTRESS in altri, a se-conda del tipo di controllo che l’ individuo sente di poter avere su quello stimolo stressante, del sostegno ricevuto a livello sociale, della tollerabilità specifica individuabile e quindi dalle proprie soglie. 

EUSTRESS (stress buono, good stress degli autori an- glossani) definisce una risposta che potremmo definire fi-siologica, ovvero esclusivamente adattativa. Questi sog-getti sono individui che sentono di essere adeguata-mente stimolati, di possedere il controllo sulla situa- zione ambientale interna e sono capaci di fronteggiare adeguatamente le richieste dell’ ambiente esterno.

DISTRESS (stress cattivo o bad stress degli autori anglosassoni), all’ opposto, definisce i soggetti in condi- zioni di particolare ed eccessiva discrepanza tra lo stimolo stressante da un lato e la risposta dall’ altro. Sono individui distressati, cioè che hanno perso il con-trollo sulla maggior parte delle situazioni con cui hanno a che fare e che percepiscono le richieste provenienti dall’ ambiente come superiori alle proprie forze ed ener- gie. Di conseguenza si  determina in questi casi una maggio- re vulnerabilità allo sviluppo di malattia (H. Selye- G. Borrello-G.Favretto).Un’ampia serie di acquisizioni, avve- nute in ambito fisiopatologico ha permesso di riconosce-re che lo  stress esprime la condizione in cui l’organismo si trova quando viene esposto a fattori interni/esterni che tendono ad alterarne l’ equilibrio.

Dai sintomi lamentati dal paziente, che possono essere di varia natura, si possono effettuare indagini, finalizzate a individuare la terapia più adatta per riportare l’individuo ad uno stato di salute ottimale.

 

Lo stress in termini di risposta. 

Bisogna considerare quindi lo stress in termini di ri-sposta; in altri termini la definizione operativa più diffu- samente utilizzata è quella che vede lo stress come una risposta integrata dell'organismo a modificazioni operate a fronte di stimoli esterni ad esempio a stimoli fisici particolarmente intensi. L’organismo risponde in prima battuta localmente e in modo specifico, ma tali reazioni prima circoscritte e specifiche, confluiscono in una rea-zione generale complessa alla quale partecipano siste- mi fisiologici e neuro-fisiologici sempre più evoluti e com-plessi che giungono al coinvolgimento delle funzioni psi-chiche ed emozionali, determinando tra l' altro una mag- giore vulnerabilità allo sviluppo di varie malattie (è noto che lo stress favorisce l'incidenza di eventi  cardiovasco-lari).

 

Dal punto di vista della risposta fisiopatologica lo  stress determina effetti che comprendono:

.attivazione del sistema neuro-endocrino con aumento dei livelli di catecolamine circolanti, le quali inducono un incremento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa;

.l'aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa incrementano il consumo miocardico di ossige- no;
.effetti diretti sull'endotelio vascolare delle coronarie con vasocostrizione coronarica ed una maggiore vulne- rabilità della placca aterosclerotica;
.iperattivazione piastrinica con incremento del poten- ziale protrombotico.

Willian Heberden (1710-1801).
Willian Heberden (1710-1801).

Willian Heberden (1710 -1801), medico e patologo inglese, aveva intuito che, la psiche, sottoposta ad un forte stress,potesse avere u-na forte influenza sull' esito infausto dell' an-gina pectoris, che Egli per primo aveva de-scritto: “Vi è un di-sturbo del petto, carat-terizzato da sintomi molto particolari e che comporta uno speciale pericolo. Per la sua se-de, per il suo carattere di strangolamento co-strittivo e per l’ansietà a cui si accompagna, la malattia merita che sia chiamata angina pectoris. La parola “angere“ in latino significa strangolare, stringere, soffo-care.

John Hunter (1728-1793).
John Hunter (1728-1793).

Jonh Hunter (1728- 1793), studioso delle malattie di cuore, vissuto come Heber-den nel '700, soleva ripetere: "La mia vita è nelle mani di qual-siasi imbecille che decida di farmi ar-rabbiare".

In effetti dopo un at-tacco d'ira che lo colse nel mezzo di una animata discussione nella sala del consiglio del St. George's Ho-spital, morì improvvisamente nel 1793.

 

In cronico lo stress induce un aumento della frequenza cardiaca ed un aumento dei valori pressori che sono dovuti agli elevati livelli di catecolamine circolanti; inoltre lo stress induce una riduzione della modulazione autono-mica vagale. Dal punto di vista metabolico lo stress favo-risce un incremento dei livelli di colesterolemia, di trigli-ceridemia, di glicemia, etc. Queste alterazioni metaboli-che sono favorite anche dal fatto che il soggetto stres-sato tende a fare un abnorme consumo di cibo, di alcool e di sigarette. Per molteplici ragioni l'apparato cardiova-scolare è dunque assai vulnerabile all'azione nociva del-lo stress.

 

Perchè lo stress possa determinare  o aggravare la patologia cardiovascolare sono necessari alcune condizioni che riguardano:

.le caratteristiche del singolo soggetto, predisposizione individuale, personalità, età e sesso;
.le caratteristiche dello stress stesso (qualità, intensità, durata e ripetibilità). 

 

Modelli comportamentali tipo “A” e tipo “B” e rischio di malattia coronarica.

 

Meyer Friedman (1960) ha studiato la persona-lità di alcune migliaia di individui e, riguardo al li- vello di stress, li ha classificati in 2 tipologie com- portamentali: tipo A e tipo B.

Meyer Friedman, 1910–2001, cardiologo americano.
Meyer Friedman, 1910–2001, cardiologo americano.

.Tipo A: soggetti che hanno un comportamento di vita altamente competitivo per soddisfare una ossessio-nante smania di successo; sono soggetti impazienti, osti-li, aggressivi;
.Tipo B:soggetti che evitano i conflitti, non sono competitivi e sono poco sensibili a tutti gli stimoli che caratterizzano la personalità di tipo A.

La cosiddetta "personalità di tipo A" è risultata asso- ciata ad un rischio 2 volte maggiore di aterosclerosi co- ronarica e ad un rischio di infarto del miocardio 5 volte maggiore durante un follow-up condotto per 8 anni.

Quando il livello di stress è eccessivo, è necessario che gli stimoli esterni (stressors) sgradevoli e dannosi, deri- vanti dalle caratteristiche della vita moderna, in particola- re dei paesi industrializzati e da certi ritmi di lavoro, deb- bano essere evitati o limitati (è buona norma: ridurre gli impegni; dedicare meno tempo alle attività di mi- nor importanza; riposare e dormire a sufficienza).

 

Lo studio "Recurrent Coronary Prevention Project" ha messo in evidenza che nei pazienti reduci da un infarto del miocardio, le modificazioni del comportamento di tipo A induce una riduzione del 44% di nuovi eventi coronarici (Meyer Friedman, AHJ 1986). In particolare modificando il comportamento dell'ostilità che è il principale fattore pa- togenetico del pattern comportamentale di tipo A, sem- bra che si possano ottenere effetti positivi sull'incidenza di eventi coronarici. 

 

Con quale meccanismo la personalità di topo A induce un aumento dell'incidenza di eventi corona- rici?

Lo stress e la tensione emotiva provocano un aumento dell’ACTH e di norepinefrina, che inducono vasocostri- zione e ipercolesterolemia; essi sono responsabili della costituzione e della progressione delle placche atero-sclerotiche..

 

Gli attacchi di panico rappresentano un pericolo anche per il cuore.

Edvard Munch, pittore norvegese 1863-1944.L'urlo è un Olio su tela  1893.Galleria na- zionale di Oslo, Museo Munch.
Edvard Munch, pittore norvegese 1863-1944.L'urlo è un Olio su tela 1893.Galleria na- zionale di Oslo, Museo Munch.

L'urlo di Munch è un celebre dipinto del pittore norve-gese Edvard Munch, realizzato nel 1893  su cartone, ad olio, tempera e pastello; come per altre opere di Munch è stato dipinto in più versioni, 4 in totale. L’ Urlo di Munch, sotto il profilo medico, sembra avere una stretta re-lazione con un attacco di panico e con una crisi di ansia.  

Gli attacchi di panico siano connessi ad un aumento del rischio di coronaropatie e di infarto del miocardio, in par-ticolare nei soggetti più giovani.

In uno studio pubblicato qualche anno fà da alcuni ricercatori dell'University di Londra sulla rivista European Heart Journal, è stato osservato che nei 404.654 soggetti arruolati allo studio, quelli affetti da attacchi di panico, hanno avuto una significativa maggiore incidenza di svi-luppare malattie cardiache rispetto al resto della popo- lazione. In particolare i soggetti di età < 50 anni che ave-vano accusato gli attacchi di panico avevano un rischio assai più elevato di sviluppare malattie cardiache o di avere problemi di cuore rispetto ai soggetti più anziani. 

La dottoressa Kate Walters autrice dello Studio, ha con- cluso così: "I nostri risultati hanno implicazioni significa- tive per i medici. Gli attacchi di panico sono associati con un aumentato rischio di una successiva diagnosi di ma- lattia coronarica. Rimane però il dubbio se questi risultati possano essere dovuti ad una sottostante malattia car- diaca, misconosciuta e confusa  con un attacco di pani- co, oppure se veramente esiste una relazione tra un at-tacco di panico e un aumento del rischio di cardiopatia ischemica". Kate Walters, Greta Rait, Irene Petersen, Rachael Williams, Irwin Nazareth, European Heart Journal 2008.

I sintomi depressivi sono associati nel tempo in modo significativo ad un’aumen-tato rischio di coronaropatia e di stroke.

"MALINCONIA"  olio su tela di Edvard Munch, pittore norvegese 1863-1944. Bergen Kunstmuseum, Bergen.
"MALINCONIA" olio su tela di Edvard Munch, pittore norvegese 1863-1944. Bergen Kunstmuseum, Bergen.

Da uno studio multicentrico osservazionale, emerge che in soggetti sani, di sesso maschile e di mezza età, i sin-tomi depressivi sono significativamente associati nel tempo ad un’aumentato rischio di coronaropatia e di stroke.Gli Autori del lavoro (Majed e Collaboratori) hanno studiato in modo prospettico, all'interno della stessa po-polazione, l’associazione temporale tra sintomi depres-sivi alla valutazione basale e insorgenza del primo episo-dio di ictus o di malattia coronarica. In questo studio prospettico epidemiologico sull’infarto miocardico (PRI- ME Study) sono stati tenuti sotto osservazione 9.601 soggetti di sesso maschile, provenienti da Francia e Irlanda del Nord, per valutare l’insorgenza del primo evento di coronaropatia (n = 647) e di ictus (n = 136) in un follow-up di 10 anni. Tutti i pazienti sono stati sotto- posti ad un questionario specifico per valutare e per definire la presenza di sintomi depressivi al basale. Dall’ analisi di Cox, effettuata tenendo in considerazione l’età, i tradizionali fattori di rischio cardiovascolare e quelli socioeconomici, i diversi centri di studio e la terapia antidepressiva, è emerso che il riscontro di sintomi depressivi alla valutazione basale era associato con l’ insorgenza di coronaropatia nei primi 5 anni di follow-up (Hazard Ratio, 1.43; 1,10-1,87) e di ictus nei successivi 5 anni di follow-up (Hazard Ratio, 1,96;1,21-3.19). Inoltre, la suddetta associazione si è rivelata ancora più forte per quel che riguarda l'ictus ischemico (n=108; Hazard Ratio, 2.48; 1,45-4,25).

In conclusione, questo studio suggerisce che in soggetti sani, europei, di sesso maschile e di mezza età il riscon- tro di sintomi depressivi risulta associato nel tempo ad un aumentato rischio di insorgenza di malattia coronarica a breve termine e di ictus a lungo termine (Stroke 2012; 43: 1761-1767).

L' ansia e la depressione sono predittori di mortalità a lungo termine nei pazienti sottoposti a rivascolarizza-zione miocardica percutanea?

E' certamente dimostrato che la depressione e l'ansia si associano ad un aumentato rischio di mortalità nei pa-zienti sottoposti a rivascolarizzazione miocardica per-cutanea. Tuttavia, la mortalità associata a questa proce-dura è influenzata anche dall' indicazione alla riva-scolarizzazione. Un recente studio olandese ha analizza-to il valore predittivo dell' ansia e della depressione per la mortalità a lungo termine dopo rivascolarizzazione mio-cardica percutanea, confrontando pazienti trattati per an-gina stabile e per sindrome coronarica acuta.Nello stu-dio sono stati arruolati 528 pazienti sottoposti ad angio-plastica coronarica nel 2006, dei quali era dispo-nibile un follow-up a 10 anni. Tutti i partecipanti erano stati riva-lutati ad un mese dalla procedura mediante la sommi-nistrazione della versione olandese della HADS (Ho-spital Anxiety and Depression Scale), strumento di screening per la ricerca della sintomatologia ansiosa (HADS-A) e depressiva (HADS-D);  la sintomatologia era considerata clinicamente rilevante in caso di punteggio ≥ 8. L'età media della popolazione oggetto di studio era pari a 63 anni;il 19,7% dei pazienti totalizzava un pun-teggio ≥ 8 alla HADS-D e il 22,9% presentava un pun-teggio suggestivo di sintomatologia ansiosa alla HADS-A. I risultati hanno mostrato che la sintomatologia an-siosa correlava con una maggiore mortalità a lungo ter-mine. Analogamente, la presenza di depressione si as- sociava ad una mortalità più elevata a 10 anni (HR 1,58, 95% CI 1,04–2.40), associazione presente nei pazienti trattati per angina stabile e non in quelli trattati per sindrome coronarica acuta (HR 1,97, 95% CI 1,09–3,57 vs HR 1,05 95% CI 0,62–1,79). Tale associazione non era più rilevabile dopo aggiustamento per la presenza di sintomatologia ansiosa. Infine, una sotto-analisi ha mo-strato un aumento della mortalità nei pazienti con angina stabile che presentavano una sintomatologia ansiosa cli-nicamente rilevante.De Jager TAJ et al.Int J Cardiol. Oct 6. 2017.

Cumulative mortality curves for depressed versus non-depressed and anxious versus non-anxious post-PCI patients viewed for the total study sample, patients treated for stable angina and patients treated for acute coronary syndrome.
Cumulative mortality curves for depressed versus non-depressed and anxious versus non-anxious post-PCI patients viewed for the total study sample, patients treated for stable angina and patients treated for acute coronary syndrome.

Correlazione tra quoziente intellettivo ed e- venventi cardiovascolari.

 

In uno studio inglese, finanziato dal Medical research council, pubblicato su European journal of cardiova-scular prevention and rehabilitation (2010), è stata va-lutata la correlazione tra quoziente intellettivo ed eventi cardiovascolari rispetto ai fattori di rischio classici come fumo e ipertensione arteriosa, etc. E' emerso che il quoziente intellettivo è uno dei principali fattori predittivi di malattie cardiovascolari, secondo soltanto al fumo. La ricerca, di tipo longitudinale, è stata condotta su un campione di 1.145 soggetti di sesso maschile e fem- minile di circa 55 anni di età, su dati raccolti per un arco di 20 anni a partire dal 1987. Il quoziente intellettivo veniva misurato mediante alcuni test generali di capacità cognitiva.I risultati hanno messo in evidenza che il basso quoziente intellettivo è associato ad un più alto tasso di malattie cardiovascolari, anche quando tale associazione viene “corretta” per tutti gli altri fattori di rischio. Per la prima volta, sembra dimostrato, che anche il basso quo- ziente intellettivo possa costituire un fattore di rischio car- diovascolare indipendente, al pari del fumo di sigaretta, dell' ipercolesterolemia e dell' ipertensione arteriosa.

 

Social nework, stato economico, disordini mentali, stato civile e malattie cardiova- scolari.

 

Nei pazienti che si sentono socialmente isolati, malin-conici, depressi,  un adeguato "social nework", che indi- ca il supporto sociale di un individuo, rappresentato dalla famiglia, dal numero di amici, dalla partecipazione ad attività di gruppo, può attenuare la risposta pressoria e cronotropa (frequenza cardiaca) degli stimoli stressanti.

Nella pratica mantenere una rete sociale può consentire una sorta di protezione in caso necessità.

Oltre allo stato sociale, secondo alcuni Autori, sull' incidenza di cardiopatia ischemica ha influenza anche lo stato economico del paziente. Vi sono evidenze che i la- voratori appartenenti alle classi socio-economiche e culturali più basse sono a maggior rischio di cardiopatia ischemica. Ad esempio lo stress derivante dalla perdita del lavoro è in relazione ad un incremento dell'incidenza di malattie cardiache oltre che di altri disturbi psicoso- matici come asma, psoriasi, disordini gastrointestinali, in- sonnia, emicrania, etc. (G.Borrello "Ergometria Pratica In Medicina Interna",Minerva Medica,Torino,1986:156-158).

 

Alcuni studiosi hanno valutato la relazione tra la pre- senza di disordini mentali con la diagnosi di diabete mellito. Sono stati analizzati 52.095 adulti di 19 stati. Il diabete insorto in età adulta è stato identificato in  2.580 pazienti. Sebbene varie patologie mentali fossero as- sociate alla presenza di diabete in modelli bivariati, solo la depressione (OR 1,3; 95% CI 1,1, 1,5), il disordine esplosivo intermittente (OR 1,6; 95% CI 1,1, 2,1), il mangiare in modo compulsivo (OR 2,6; 95% CI 1,7, 4,0) e la bulimia nervosa (OR 2,1; 95%CI 1,3, 3,4) sono rimaste significativamente correlate dopo l’aggiustamen- to per le varie comorbidità. La depressione e i disturbi alimentari, quindi, sono significativamente associati con la diagnosi di diabete. Diabetologia 2014: 3157-9.

 

Un recente studio ha analizzato l' incidenza delle malat- tie cardiovascolari in gruppo di soggetti sposati e singoli. Lo studio è stato condotto da Carlos Alviar (NYU Langone Medical Center, New York) su 3,5 milioni di americani. I dati suggeriscono che le coppie sposate presentano il 5% in meno di probabilità di avere malattie cardiovascolari rispetto ai single, sia uomini che donne. I dati, aggiunti ai risultati di studi precedenti, fanno pensare che essere sposati o conviventi può essere cardioprotettivo, oltre a ridurre i rischi di altre malattie croniche. I partecipanti all’ indagine erano per il 69% sposati, per il 13% vedovi, per l’ 8% erano single e per il 9% erano divorziati. Nel complesso, i soggetti sposati avevano tassi più bassi di malattia cerebrovascolare, malattia coronarica, aneurisma dell’aorta addominale e arteriopatia periferica (vedi tabella 1). Analizzando lo stato civile,i ricercatori hanno riscontrato che essere spo-sati è stato associato ad una minore incidenza di tutte le forme di malattia, rispetto a essere celibe. Invece, il sog-getto divorziato o vedovo è stato associato ad un au-mentato rischio di qualsiasi forma di malattia vascolare, a fronte di non essere mai stato sposato. Gli investigatori hanno valutato anche i diversi tipi di malattie cardio-vascolari e hanno scoperto che i rischi di aneurisma dell’aorta addominale, di malattia cerebrovascolare e di arteriopatia periferica sono tutti ridotti nei soggetti spo-sati. I tassi di malattia coronarica, invece, non erano mol-to diversi tra sposati vs single. La  differenza più grande è stata osservata per la arteriopatia periferica che è ri-dotta di quasi il 20% nei soggetti sposati.

Lo studio ci permette di affermare che non si può stimare il rischio cardiovascolare soltanto sulla valutazione esclu- siva delle alterazioni metaboliche; alcune variabili psico- sociali come la depressione, l’ostilità, lo stress senza controllo e il sostegno sociale giocano anche essi un ruolo assai importante.

 

Come spiegare questi benefici?

E' possibile che la presenza del coniuge possa favorire una maggiore aderenza nel seguire i controlli medici, ad assumere  la terapia medica e ad osservare una dieta corretta, oltre che la pratica di una attività fisica regolare. Alcuni studi hanno dimostrato che i soggetti sposati hanno livelli di infiammazione nelle arterie più bassi, ma non è molto chiaro quale possa essere il principale link  o l’agente eziologico che favorisca questa correlazione.

                                                                               Tabella 1
Tabella 1

Carlos Alviar della New York University, Langone Medical Center, presentazione alle sessioni scientifiche del congresso di Wa-shington dell' American College of Cardiology del 2014.

 

LO STRESS DELLA FLUTTUAZIONE DEI MERCATI FINANZIARI INCREMENTA LA MORTALITA' PER MALATTIA CORONARICA.

Il Toro di Wall Street è una scultura in bronzo realizzata dall'artista italiano naturaliz-zato statunitense Arturo Di Modica e collocata presso il Bowling Green Park, nel quar-tiere della borsa di New York a Wall Street.
Il Toro di Wall Street è una scultura in bronzo realizzata dall'artista italiano naturaliz-zato statunitense Arturo Di Modica e collocata presso il Bowling Green Park, nel quar-tiere della borsa di New York a Wall Street.
New York stock exchange (Nyse) la borsa di New York.
New York stock exchange (Nyse) la borsa di New York.

La fluttuazione dei mercati finan-ziari può compor-tare uno stress e-motivo con effetti negativi sulla salu-te cardiovascolare degli investitori.Ad esempio, poichè i mercati azionari sono stati estre-mamente fluttuanti in questi ultimi anni, è stato esaminato il rapporto tra le oscillazioni quotidiane della borsa e la malattia coro-narica.

La Borsa di Shanghai costituisce una delle due più grandi Borse valori presenti in Cina.
La Borsa di Shanghai costituisce una delle due più grandi Borse valori presenti in Cina.

In particolare è stata valutata l'incidenza di mortalità dal 1° gennaio 2006 al 31 dicembre 2008 a Shanghai, capitale della finanza cinese. I dati sono stati ana- lizzati controllando le variazioni stagionali e il trend della morta- lità per malattie car- diovascolari, il giorno della settimana, il valore di chiu-sura del mercato finanziario,le condizioni atmosferiche ed i livelli di inquinamento atmosferico. I risultati hanno messo in evidenza una relazione tra indice di cambia-mento della borsa e i decessi per malattia coronarica a forma di U: in altri termini sia la salita che la discesa degli indici di borsa sono risultati associati ad una maggiore incidenza di mortalità, mentre quando vi era un ridotto o nessun cambiamento di indice, i dati sulla mortalità e- rano invariati.E’ stata anche esaminata la relazione tra la variazione quotidiana assoluta di indicee il numero di de-cessi per malattia coronarica:ad ogni punto di cambio del-

l’indice corrispondeva, un aumento del 5,17% di mortalità (European Heart Journal 2011,32,8:1006 -1011).

 

NEI PAZIENTI COLPITI DA INFARTO DEL MIOCARDIO GLI ECCESSI DI COLLERA E L'ESPOSIZIONE ALLO STRESS SONO COR- RELATI AD UNA PROGNOSI NEGATIVA?

 

Al congresso europeo di cardiologia del 2011 è stato ri-badito che una personalità di tipo A ed una eccessiva esposizione agli stimoli stressanti, nei pazienti reduci da un episodio infartuale possono agire negativamente sulla prognosi.

Sono stati presentati i risultati di uno studio di follow-up a 10 anni, portato a termine dall'Istituto di Fisiologia Cli- nica di Pisa. Lo studio ha confermato la convinzione che i fattori psicologici giochino un ruolo importante nell' in-fluenzare e modulare la progressione dell' ischemia miocardica. In particolare le emozioni negative come l' ostilità, la rabbia, la depressione, l' ansia e l' isolamento sociale sono cardiotossiche, mentre le sensazioni posi- tive legate all'immaginazione, l' empatia e l' interesse spi-rituale rappresentano fattori cardio-protettivi. 

Lo stress risulta al secondo posto tra i problemi di salute da causa lavorativa. Da Prit-chett & Hull Ass. Atlanta.
Lo stress risulta al secondo posto tra i problemi di salute da causa lavorativa. Da Prit-chett & Hull Ass. Atlanta.

Una personalità di tipo D (da Distress), cioè dei pa-zienti che tendono a vivere intensamente le emozioni negative e ad esprimerle, è un profilo personale parti-colarmente ad alto rischio di sviluppare una cardiopatia ischemica. Franco Bonaguidi, ricercatore e fisiologo che lavora in un team multidisciplinare di Cardiologi ed Epidemiologi presso l' Istituto di Fisiologia Clinica dell’ Università di Pisa, ha analizzato le relazioni tra profilo personale ed emozionale dei soggetti reduci da infarto miocardico e la loro prognosi. Lo studioso ha osservato che questa relazione non solo esiste in modo ben evidente ma che spesso viene trascurata o non consi-derata nella gestione clinica e terapeutica dei pazienti. Nello studio sono stai arruolati 228 soggetti, ospedaliz-zati in 13 diverse unità coronariche del centro-nord in Italia dal 1990 al 1995, con diagnosi di infarto del miocardio. Prima delle dimissioni, tutti i pazienti sono stati sottoposti a una valutazione psicologica composta da 2 diversi test: il Cattell' s Sixteen Personality Factors Questionaire e il PSY Inventoty. Il Cattell's Sixteen Personality Factors Questionaire valuta fattori come: estroversione, ansietà, sensibilità, self-control, etc. Il PSY Inventory misura il tratto personale del soggetto caratterizzato da elementi come: responsabilità, energia, ossessioni, rabbia, disturbi comportamentali da stress, reazione all'urgenza. Dopo i test, i pazienti sono stati seguiti per 10 anni attraverso un programma clinico di monitoraggio e valutazione durante il quale sono stati re-gistrati 51 eventi cardiovascolari e sui quali è stata con-dotta una analisi statistica basata sul modello di Cox per individuare quali fattori fossero prognostici degli eventi. Di tutti i fattori "psicologici" legati al profilo dei pa-zienti la rabbia e i disturbi correlati allo stress sono stati correlati in modo significativo al peggioramento della prognosi; in particolare i soggetti più esposti ad attacchi di rabbia o eccessi di ira avevano un rischio relativo di eventi cardiovascolari di 2,30 mentre quelli più soggetti a stress di 1,90 rispetto ai soggetti meno esposti. Questo significa che in termini di sopravvivenza senza eventi, la curva di Kaplan-Meier a 10 anni dall'infarto mostra una riduzione della sopravvivenza molto marcata per i pazienti più predisposti ad eccessi di rabbia ed ira rispetto a quelli meno esposti. Lo studioso in conclusione ha evidenziato che, sulla base di questi dati, l'approccio multidisciplinare alla gestione del paziente infartuato deve tener conto del rilievo di tratti psicologici e comportamentali per cui il trat-tamento deve comprendere anche il controllo di questi aspetti.Questi risultati confermano le evidenze di altri stu-di,riportati anche in una metanalisi comparsa nel 2009 su JACC ad opera di Andrew Steptoe and Yoichi Chida, sia in soggetti infartuati che in soggetti sani (ESC Congress agosto 2011, Parigi).

 

Stress, attività dell' amigdala e rischio di ma- lattie cardiovascolari.

 

Lo stress emotivo incrementa l'attività dell'amigdala, che a sua volta stimola l' attività del midollo osseo e dell' infiammazione arteriosa, aumentando infine il rischio di malattie cardiovascolari. Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori coordinati da Ahmed Tawakol del Massachusetts General Hospital and Harvard Medical School di Boston, USA. Essendo lo stress emotivo asso- ciato ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari, i ricercatori hanno voluto esaminare l'amigdala, una re-gione del cervello coinvolta nello stress,ai fini di  determi-nare se la sua attività metabolica a riposo possa predire il rischio di successivi eventi cardiovascolari. Per lo stu-dio è stato arruolato un gruppo di individui di età ≥ 30 an-ni, senza malattia cardiovascolare o tumori noti, sotto-posti a TC/PET con mdc (18F-fluorodexoyglucose) pres-so il Massachusetts General Hospital (Boston) tra il 1 Gennaio 2005 e il 31 dicembre 2008; sono stati studiati in senso longitudinale l'attività dell'amigdala, l'attività del midollo osseo e l'infiammazione arteriosa. In uno studio trasversale separato è stata analizzata la relazione tra stress percepito,attività dell'amigdala,infiammazione del- le arterie e proteina C-reattiva. Nello studio longitudina- le sono stati inclusi 293 pazienti (età media 55 anni [IQR 45,0-65,5]), 22 dei quali ha avuto un evento cardiovasco-lare durante il follow-up medio di 3,7 anni (IQR 2,7-4,8). L'attività dell' amigdala è stata associata ad un aumento dell' attività del midollo osseo (r=0,47;p< 0,0001), dell' infiammazione arteriosa (r=0,49; p<0,0001) e del rischio di eventi cardiovascolari (HR standardizzato 1,59, IC 95% 1,27-1.98; p<0,0001). Il dato è rimasto significativo anche dopo aggiustamenti multivariati. L'associazione tra l'attività dell'amigdala e gli eventi cardiovascolari sembra essere mediata da un aumento dell'attività del midollo osseo e dell'infiammazione delle arterie. Nello studio tra-sversale dei pazienti sottoposti ad analisi psico-metriche (n = 13), l'attività dell'amigdala era significativamente as-sociata con l'infiammazione arteriosa (r=0,70; p=0,0083). Lo stress percepito è stato associato con l'attività dell' amigdala (r=0.56).The Lancet 2017,389,10071:763- 880.

Oper.medici e tecnici dell' U.O. di Cardiologia Riabili-tativa dell' Az. Osp. Mater Domini Catanzaro.
Oper.medici e tecnici dell' U.O. di Cardiologia Riabili-tativa dell' Az. Osp. Mater Domini Catanzaro.
Palestra.
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